
Mentre nel XIX secolo, il fumo delle ciminiere e il fragore delle macchine a vapore erano i simboli tangibili della prosperità economica e nel cuore pulsante delle metropoli industriali il rumore della produzione era sinonimo di ricchezza, oggi la mappa dei valori si è completamente ribaltata, tanto che il silenzio si è trasformato nel bene più scarso e desiderabile del XXI secolo.
Nel settore immobiliare, per esempio, il silenzio sta diventando una variabile di prezzo quantificabile quanto la metratura o la classe energetica. Nelle grandi metropoli globali come Londra, New York o Milano, l’isolamento acustico di un appartamento definisce la fascia di mercato. I progetti residenziali di fascia alta investono in facciate a vetri tripli, sistemi di ventilazione inudibili e disposizioni di quartiere pensati per ridurre l’inquinamento acustico urbano.
Ma non solo: nel turismo si è consolidato il segmento dei digital detox retreats: strutture ricettive dove la mancanza di copertura di rete e la consegna dei dispositivi all’ingresso non sono percepite come disservizi, ma come funzioni esclusive a pagamento. Addirittura, pagare migliaia di euro a notte per soggiornare in baite isolate o monasteri senza connessione internet o tecnologie di comunicazione è il nuovo equivalente dei vecchi viaggi in prima classe.
Un altro settore che subisce l’impatto di questa recente tendenza alla valorizzazione del silenzio e all’eliminazione del rumore di fondo è, certamente, quello tecnologico. Si va dalle cuffie con cancellazione attiva del rumore da centinaia di euro, fino alle applicazioni mobili che richiedono abbonamenti mensili per bloccare altre applicazioni o riprodurre frequenze sonore neutre: la tecnologia sta guadagnando su due fronti, prima creando la distrazione e poi vendendo la cura per la concentrazione.
Infatti, quando i mercati digitali muovevano i primi passi, l’obiettivo primario era l’ampliamento dell’accesso all’informazione. Oggigiorno, con miliardi di notifiche, feed algoritmici e annunci personalizzati che si contendono ogni secondo della nostra giornata, il problema economico non è più reperire dati, ma filtrare il rumore di fondo.
Come osservava l’economista e premio Nobel Herbert Simon: “Un’abbondanza di informazioni crea una scarsità di ciò che l’informazione consuma. L’informazione consuma l’attenzione dei suoi lettori.”. I mercati hanno colto questa saturazione, dando vita a un ecosistema di prodotti e servizi il cui valore risiede interamente in ciò che tolgono, anziché in ciò che aggiungono.
Al modello dell’Abbondanza (Rumore), finanziato dalla pubblicità continua e martellante, che fornisce un contenuto gratuito in cambio di dati e attenzione, mirando a massimizzare il tempo trascorso sugli schermi, si contrappone quindi un modello della Scarsità (Silenzio), fondato su abbonamenti premium e compensi diretti, che produce uno spazio privato, senza interruzioni pubblicitarie e notifiche di vario genere, con l’obiettivo di ottimizzare il tempo trascorso e favorire la concentrazione e, in alcuni casi, anche la disconnessione.
La Finanza del Silenzio mette in luce anche un divario socio-economico crescente: mentre le fasce di popolazione a reddito medio-basso utilizzano prevalentemente media sorretti dalla pubblicità, risultando esposti a una sequenza ininterrotta di stimoli commerciali, le fasce ad alto reddito possono permettersi di acquistare l’assenza di interruzioni. Peraltro, la capacità di lavorare in modo profondo e privo di distrazioni (Deep Work) sta diventando una delle competenze più remunerative sul mercato del lavoro moderno, cosa che crea un circolo virtuoso per chi ha le risorse finanziarie per proteggere la propria attenzione.
Man mano che l’inquinamento acustico e la sovraesposizione digitale verranno riconosciuti come fattori di rischio per la salute pubblica e la produttività, è probabile che si assisterà alla creazione di nuovi settori di investimento, oltreché alla nascita di nuovi standard normativi. Dalla certificazione dei decibel degli edifici lavorativi alla realizzazione di “zone di silenzio protette” nelle pianificazioni urbanistiche, l’assenza di stimoli si avvia a diventare uno dei parametri fondamentali con cui misurare il valore degli spazi e della qualità della vita nei prossimi decenni.
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Federica Coscia, Paolo Gambaro









