
La sabbia, a cui spesso associamo l’immagine di estivi paesaggi marini, dopo l’acqua, è l’elemento su cui si basa gran parte della nostra civiltà.
Solo per fare alcuni esempi, viene usata per fare smalti, plastiche, dentifrici, creme solari, inchiostri, microchip (il silicio è ricavato principalmente da sabbia di quarzo) e, persino, per estrarre il petrolio. Si calcola che sia la risorsa naturale più sfruttata al mondo, con un prelievo di circa 50 miliardi di tonnellate all’anno.
È naturale pensare, quindi, che i Paesi desertici siano avvantaggiati proprio per l’abbondanza ivi presente. Ma non è così: Emirati Arabi Uniti e altri stati del Golfo Persico, come Dubai, sono fra i primi importatori di questa risorsa, poiché quella del deserto non può essere usata per l’edilizia, essendo i grani troppo lisci e rotondi a causa dell’erosione, inadatti come leganti del cemento.
L’unica sabbia utile è, quindi, quella estratta da cave, laghi e fiumi, asportata da spiagge o estratta dai fondali marini. Inoltre, può essere recuperata tramite riciclo dei materiali da costruzione. Solitamente, considerati gli alti costi di trasporto, rena e ghiaia vengono utilizzate a livello regionale. Ma la richiesta elevatissima ne ha fatto anche oggetto di un vasto mercato di esportazione da parte degli stati che ne sono ricchi.
La sabbia è l’oro del nostro secolo, tanto che si calcola addirittura che il consumo annuale mondiale sarebbe sufficiente a costruire un muro di 27 metri di altezza lungo l’Equatore. La Cina è al primo posto nello sfruttamento di questa risorsa e da sola rappresenta il 58% della domanda globale. I numeri sono da record, tanto che il Paese del Dragone ha impiegato più cemento tra il 2011 e il 2013 (6,6 gigatonnellate), di quanto ne abbiano usato gli Stati Uniti in tutto il Novecento (4,5 gigatonnellate).
Gli esperti hanno pareri discordanti sul valore effettivo del mercato legale mondiale della sabbia, con alcuni che lo stimano intorno ai 100 miliardi di dollari all’anno e, altri, tra cui il Geological Survey Mineral Commodity Summaries degli USA, secondo cui potrebbe raggiungere addirittura i 785 miliardi di dollari.
Esiste, però, anche un vero e proprio mercato nero della sabbia che oscillerebbe tra i 200 e i 350 miliardi di dollari all’anno, favorito dal fatto che gli acquirenti controllano raramente la provenienza del materiale e la sua eventuale origine legale o illegale. Alcuni stati importatori, tra cui Cina e Australia, ne vietano l’estrazione dalle proprie spiagge e dune, ma la acquistano da altri paesi senza preoccuparsi troppo da dove provenga. Gli impatti umani e ambientali dell’estrazione incontrollata sono devastanti. Accanto allo sfruttamento delle persone e al mancato rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori, il dragaggio dei fiumi distrugge gli estuari e aggrava le inondazioni, mentre il danneggiamento della zona costiera sconvolge la vegetazione, il suolo, i fondali marini. I problemi maggiori si registrano in Africa, e nel Sud-Est Asiatico, dove intere isole sono scomparse a causa dell’estrazione illegale, mentre in India esiste addirittura una mafia della sabbia che corrompe funzionari e uccide poliziotti, attivisti e giornalisti che tentano di arginarla. Inoltre, l’utilizzo di materiale non idoneo può avere pesanti ricadute sulla sicurezza delle persone: nel 2021 crollò un condominio in Florida, causando un centinaio di morti, e fra le cause non è stata esclusa quella della sabbia di mare, che avrebbe dovuto essere lavata prima del suo impiego nell’edilizia.
Per ovviare a questi problemi, il mercato legale guarda al riciclo, all’utilizzo di sostituti nel cemento e all’introduzione di una mappatura dei flussi a livello globale, che consenta di evidenziare aree critiche e attività illegali. L’auspicio è che in tempi brevi tali misure trovino una concreta applicazione e non restino come scritte sulla sabbia, cancellate dal vento e dalle onde.
Crediti: Photo Marlon Sommer, Pixabay
Federica Coscia, Paolo Gambaro









