Guerre, dazi, minacce di ritorsioni economico-politiche, rivalità internazionali rendono il clima globale decisamente rovente, anche senza considerare l’effettivo innalzamento delle temperature.

Ray Dalio, uno dei maggiori imprenditori mondiali in campo finanziario, in un post su X dello scorso 14 febbraio, ha affermato che il vecchio ordine mondiale, così come uscito dalla Seconda Guerra Mondiale e basato sull’equilibrio fra potenze, è crollato. Del resto, il post in questione è semplicemente il riconoscimento di quanto già affermato dai leader che hanno partecipato all’ultima Conferenza sulla Sicurezza di Monaco. In pratica, secondo l’interpretazione di Dalio, siamo nella Fase 6 del Grande Ciclo, caratterizzata dallo scontro fra grandi potenze e dalla ridefinizione dell’ordine globale. In altre parole, prevale il linguaggio della forza rispetto a regole codificate da decenni.

In questo clima anche le relazioni economiche mondiali cambiano volto. Alla globalizzazione, intesa come crescente interconnessione economica, politica, tecnologica e culturale che, a partire dagli anni ’80-’90, ha unificato i mercati mondiali, facilitando la circolazione di merci, capitali e informazioni e creando un’interdipendenza tra stati, si sostituisce una strategia economica di friendshoring. In tale contesto, le aziende rilocalizzano le catene di approvvigionamento in Paesi alleati geopoliticamente, che abbiano maggiore stabilità e valori condivisi, per controllare e ridurre i rischi di fornitura.

Dal punto di vista internazionale, il termine friendshoring è stato usato per la prima volta dal Segretario del Tesoro USA Janet Yellen nel 2022, come risposta alle vulnerabilità emerse con la pandemia e la guerra in Ucraina. In pratica si scelgono partner commerciali considerati “amici” per evitare che materie prime e tecnologie diventino strumenti di pressione politica. L’obiettivo è la sicurezza economica, contro interruzioni delle catene produttive causate da conflitti internazionali o instabilità in Paesi non alleati. Non ci sono solo vantaggi in questa strategia: infatti, la conseguenza principale è quella di alimentare blocchi contrapposti, favorendo restrizioni e guerre commerciali, che conducono ad una frammentazione del commercio globale, riducendo l’efficienza complessiva dei mercati. Inoltre, limitare la scelta ai soli Paesi “amici” diminuisce le opzioni di fornitura, rendendo il sistema vulnerabile alle vicende politiche ed economiche degli alleati.

In Italia, uno studio dello scorso anno di Confindustria Lombardia e Assolombarda su oltre mille aziende che operano con l’estero, rileva che il 65,5% del campione riconosce che gli scenari geopolitici sono il macro-trend di maggiore influenza sulle scelte strategiche di medio-lungo periodo, seguiti dall’evoluzione tecnologica (26%) e dall’accessibilità alle materie prime critiche (18,1%). Inoltre, il 28,1% del campione valuta più attentamente le controparti, il 25% rivede con maggiore frequenza i budget e il 23,1% ha diversificato i mercati di esportazione.

Al momento, la guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti ha trasformato il friendshoring in una necessità impellente per la sopravvivenza economica dell’Occidente. Il blocco dello Stretto di Hormuz, gli attacchi in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti (inclusa Dubai) e Bahrain hanno paralizzato nodi logistici vitali, interrompendo le forniture di componenti industriali e tecnologici, oltre a mettere a rischio l’esportazione di materie prime nell’area del Golfo con pesanti ricadute su automotive e elettronica. In particolare, si osserva una spinta verso la “regionalizzazione” degli investimenti, con gli USA e l’Unione Europea che privilegiano scambi all’interno dei propri blocchi politici per evitare ricatti energetici e tecnologici. Solo il tempo potrà dimostrare se questa scelta sia stata efficace per superare un così difficile momento storico ed economico.

Crediti: Photo Tung Nguyen, Pixabay

Federica Coscia, Paolo Gambaro

Scarica e conserva “IL CAVEAU N° 186”

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