
La filiera del caffè è fortemente sotto pressione, per una serie di fattori concomitanti: speculazioni finanziarie, crisi climatica, blocchi logistici e nuove normative europee hanno determinato un aumento vertiginoso dei prezzi, causando una grande crisi del settore.
Il caffè è una delle bevande più diffuse al mondo, con una stima di 2,2 miliardi di tazze consumate ogni giorno. L’Italia è il settimo Paese al mondo per consumo pro capite, con stime di oltre 95 milioni di tazzine consumate quotidianamente, che in un anno fanno circa 5,5 kg a testa dell’aromatico nettare. In cima alla classifica ci sono alcuni Paesi del Nord Europa, in particolare – al primo posto – la Finlandia con oltre 10 kg annui a persona.
Tuttavia, negli ultimi tempi la produzione di caffè ha risentito fortemente dei cambiamenti climatici in corso. Infatti, quando la temperatura supera la soglia dei 30 gradi, le piante entrano in stress termico: diminuiscono le rese, peggiora la qualità dei chicchi e aumenta la vulnerabilità a malattie e parassiti. Da una recente indagine di Climate Central è emerso che tutti i 25 Paesi produttori di caffè presi in esame, responsabili del 97% della produzione globale, hanno registrato un aumento delle temperature oltre il valore limite, sperimentando ciascuno 47 giorni in più all’anno di caldo eccessivo rispetto alla norma. Inoltre, i cinque maggiori Paesi produttori – Brasile, Vietnam, Colombia, Etiopia e Indonesia – che insieme coprono il 75% dell’offerta globale, hanno registrato in media un aumento di 57 giorni all’anno di giorni torridi.
L’effetto si ripercuote lungo tutta la filiera e giunge fino ai consumatori. Non è un caso, infatti, che negli ultimi anni i prezzi globali del caffè abbiano mostrato forti oscillazioni, toccando picchi record tra il 2024 e il 2025. Il problema riguarda soprattutto la miscela arabica, che rappresenta circa il 60-70% dell’offerta mondiale ed è più sensibile al caldo rispetto alla robusta.
A ciò si aggiunga che, a partire dal 30 dicembre 2024 il Regolamento europeo sulla deforestazione (EUDR) impone precisi obblighi di tracciabilità geografica e dichiarazioni di verifica approfondita per il caffè venduto nell’Unione Europea. Al momento i piccoli agricoltori, che si occupano del 60% della produzione globale, rischiano di essere in gran parte esclusi dal mercato europeo, non riuscendo a sostenere i costi tecnici di conformità richiesti.
Le spese di produzione sono aumentate anche per il rincaro dei fertilizzanti (in particolare il carbonato di potassio) e per i rialzi dei prezzi energetici, che incidono su trasporto e irrigazione. Inoltre, i costi del lavoro in crescita, le difficoltà di ricambio generazionale e l’abbandono rurale aggravano la situazione in zone storiche di produzione come il Chiapas o Veracruz in Messico.
Le soluzioni, per evitare che ne diminuisca drasticamente la produzione, facendo diventare il caffè un bene di lusso, esistono: coltivazioni sotto copertura arborea, maggiore tutela delle foreste, adattamento delle pratiche agricole ed investimenti mirati. In altre parole, agricoltura sostenibile. In finanza ciò si traduce in fondi relativi al settore agricolo a gestione attiva, come DWS Invest Global Agribusiness, BNP Paribas Funds Smart Food Classic Capitalisation, o a gestione passiva, come iShares Agribusiness UCITS ETF, da valutare in base alle proprie esigenze di investimento, alla propensione al rischio e con l’aiuto del consulente di fiducia.
Crediti: Photo Cedar Creation, Pixabay
Federica Coscia, Paolo Gambaro









