Alla fine del 2025 è previsto che il Giappone resti al quarto posto della classifica mondiale del Prodotto Interno Lordo, dietro a Usa, Cina e Germania, e un gradino sopra l’India, che continua la propria corsa all’aumento della produzione industriale, anche se rallentata a causa dei dazi statunitensi che hanno colpito pesantemente Nuova Delhi.

In pochi anni il Paese nipponico ha subito una profonda trasformazione, tanto che da potenza economica mondiale in continua crescita, ancora al secondo posto della classifica del PIL nel 2010, e pioniere in ambito tecnologico, è diventato uno Stato con un’economia che annaspa dietro a super-potenze sempre meno raggiungibili in termini numerici.

Le radici della crisi giapponese risalgono però all’inizio degli anni ’90, nel momento in cui il Paese del Sol Levante rappresentava circa il 10% del PIL mondiale, e aveva una borsa con una capitalizzazione vicina a quella americana, quando si verificò lo scoppio della bolla finanziaria e immobiliare che diede inizio ai cosiddetti «decenni perduti». Durante questo periodo emersero moltissime problematiche, aggravate dalla crisi bancaria e immobiliare, fra cui la debolezza della politica, la rigidità del mercato del lavoro e, soprattutto, l’invecchiamento della popolazione. Dal 1990 la popolazione attiva è diminuita di oltre 10 milioni di persone e il 28% degli abitanti ha più di 65 anni, il doppio rispetto all’Europa, mentre il valore degli immobili a Tokyo è crollato del 70% e la borsa giapponese oggi pesa meno dell’8% sui mercati azionari globali. Questo insieme di fattori ha condotto il debito pubblico ad arrivare al 230% del PIL. Inoltre, pur avendo puntato molto sul settore tecnologico, il Giappone non ha saputo mantenere una posizione di leadership, vedendosi presto scavalcato da Usa e Cina.

Tuttavia, l’attuale elezione della prima donna alla guida del Paese, Takaichi Sanae, e la sua promessa di rilancio dello spirito dell’Abenomics — la dottrina economica del premier Shinzo Abe fondata su stimolo fiscale, politica monetaria espansiva e riforme strutturali – hanno già spinto il Nikkei 225 al rialzo di circa l’11% nel mese successivo alla vittoria, secondo alcuni dati.

Inoltre, le imprese nipponiche hanno lavorato nel tempo sia per estendere la loro presenza a livello globale sia per ridurre la dipendenza da qualsiasi mercato unico. Anche mantenendo gli Stati Uniti come principale partner commerciale, le esportazioni dal Giappone verso gli USA nel 2024 hanno rappresentato solo il 21% circa delle esportazioni totali de Paese. Si aggiunga che le azioni giapponesi, misurate dall’indice Nikkei 225, hanno distribuito forti rendimenti locali, superiori all’8% annualizzato degli ultimi 10 esercizi fiscali.

A questo si aggiungano anche i segnali incoraggianti che provengono da previsioni di espansione dell’economia giapponese, viste le prospettive di crescita più forti e l’aumento dell’inflazione dopo decenni di ristagno deflazionistico, oltre a richiesti aumenti salariali che dovrebbero spingere i consumi interni. Anche la politica monetaria della Banca Centrale (BOJ) sembra indirizzata a una progressiva normalizzazione, con il tentativo di uscire da decenni di politiche monetarie estreme.

Il Giappone resta quindi un Paese in fase di rilancio, in cui i problemi demografici e le politiche passate offrono insegnamenti preziosi anche per altre economie, e può rappresentare per gli investitori, nonostante le sfide, un’opportunità costruttiva da tenere in considerazione per aumentare la diversificazione del portafoglio.

Crediti: Photo Tessa Nave – Pexels

Federica Coscia, Paolo Gambaro

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