Anni fa, una frase infelice attribuita a un Ministro dell’Economia italiano (smentita in tempi recenti) sul fatto che “con la cultura non si mangia” suscitò critiche e dibattiti, non sempre fondati sulla realtà di gestione, decisamente complessa, dell’immenso patrimonio italiano artistico e culturale.

Tuttavia oggi, sia in Italia che all’estero, ci si rende conto che proprio il turismo verso città d’arte e località di villeggiatura è veicolo di crescita del Pil, pur senza dimenticare le problematiche connesse con l’invasione delle masse, come avviene in alcune città, come Roma o Venezia.

A fare del settore turistico un modello di sviluppo, con ingenti investimenti nel settore è stata però la Spagna, che – uscita dalla crisi del Covid, causa di un rallentamento più forte rispetto ad economie di altri Paesi dell’area Euro – oggi cresce a pieno ritmo, con un vero e proprio boom degli ultimi anni.

Nella classifica dei Paesi più visitati, la Spagna si colloca al secondo posto dietro la sola Francia e prima degli Stati Uniti. Il numero di turisti stranieri nel 2024 è stato di 93,8 milioni, con un aumento del 10,1 per cento rispetto all’anno precedente e, secondo una recente ricerca di Google e Deloitte sul futuro del mercato dei viaggi, si prospetta che nel 2040 la penisola iberica raggiungerà il record di 110 milioni di turisti, diventando prima nella classifica mondiale per numero di arrivi. I motivi risiedono in gran parte nei forti investimenti per attrarre il turismo di massa, verso destinazioni come Barcellona e Madrid (con relativi problemi di overtourism) ma anche verso le Canarie, che si sono costruite nel tempo l’identità di luoghi di moda per un turismo giovane e digitale.

La Spagna però deve la sua attuale crescita, pari al 3,2% del pil nel 2024, che, secondo l’Ocse, sarà nel 2025 del 2,4% e nel 2026 dell’1,9% – vale a dire il doppio della media dei paesi dell’eurozona, quattro volte di più di Francia e sei volte di più di Germania – anche ad altri fattori.

In primo luogo, gli investimenti pubblici e privati: il Paese iberico è il secondo più grande beneficiario dei fondi di Next Generation EU, con quasi 150 miliardi di euro da spendere fino al 2026, in progetti di innovazione e sviluppo. Inoltre, è fortemente attrattivo anche per gli investimenti esteri, tanto che nel periodo 2018-2023 è al quarto posto – dietro solo a Stati Uniti, Regno Unito e Germania – per investimenti esteri greenfield, che implicano cioè la creazione di un nuovo asset, come un impianto produttivo, piuttosto che l’acquisto di un’azienda già esistente.

La modernità dell’economia spagnola si misura anche nell’espansione di altri settori dei servizi come l’ingegneria, il design, la finanza, la tecnologia e la cultura, che, secondo la Banca di Spagna, sono raddoppiati nell’ultimo decennio, tanto da raggiungere un valore vicino al 7% del PIL.

Infine, non si può dimenticare il ruolo avuto dall’immigrazione al punto che, secondo un’analisi della Banca di Spagna, i lavoratori migranti hanno contribuito per il 20 per cento alla crescita del Pil dello scorso anno. In dettaglio, su 468mila posti di lavoro creati nel 2024, circa l’85 per cento è stato occupato da immigrati o persone con doppia nazionalità, che oggi rappresentano circa il 13 per cento della forza lavoro del paese.

In conclusione, pur restando dei nodi da sciogliere, come l’aumento vertiginoso degli affitti e l’elevata disoccupazione giovanile, la Spagna da fanalino di coda dell’Unione Europea, è diventata il traino della crescita economica dell’area Euro, mentre dietro arrancano Paesi come Francia e Germania.

Crediti: Photo Alp Cem – Pixabay

Federica Coscia, Paolo Gambaro

Scarica e conserva “IL CAVEAU N° 169”

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