Mentre Trump e il suo esecutivo accusano lo stato messicano di non contrastare efficacemente i cartelli del narcotraffico – responsabili dell’esportazione di droghe letali, come il fentanyl, negli Stati Uniti – e di non gestire adeguatamente i flussi migratori, il governo Sheinbaum ha proposto un’azione legale contro Google per aver deciso di uniformarsi ai dettami del Presidente americano, cambiando il nome del Golfo del Messico in Golfo d’America.

Ma al di là delle singole questioni propagandistiche di entrambe le parti, compresi gli annunci e i successivi dietro-front sui dazi delle ultime settimane, il Messico resta il principale partner economico degli Usa, con 798,9 miliardi di dollari di scambi totali di merci (esportazioni più importazioni) tra i due Paesi. La sua crescita commerciale si deve soprattutto alla creazione – a partire dagli anni Settanta – di zone franche, dette maquiladoras, nel Nord del Paese. La vocazione imprenditoriale del Messico si è poi consolidata con l’adesione al Nafta, Accordo nordamericano per il libero scambio, nel 1994, poi divenuto Usmca, con l’adesione del Canada, nel 2020. Oggi l’80% delle esportazioni messicane sono dirette verso gli Stati Uniti.

Nel frattempo il Paese, culla della civiltà azteca, è diventato molto attraente anche per la Cina, per varie ragioni che non hanno a che fare solo con l’estensione del mercato interno e i numerosi accordi di libero scambio che facilitano i commerci con tanti Stati, ma anche per il suo rapporto privilegiato con il gigante a stelle e strisce che fornisce armamenti e addestramento militare, oltre a supportare e concedere finanziamenti di milioni di dollari per il contrasto del narcotraffico. Inoltre, all’interno degli Usa vive una comunità di circa 40 milioni di Chicanos, cioè messicani migrati negli Usa, soprattutto nel Southwest, che – legati da una tradizione culturale comune, divenuta un vero e proprio movimento ideologico a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta – mantengono un’identità comune che tende a renderli refrattari ad una completa assimilazione ai canoni Usa. E’ perciò evidente come il Messico divenga un terreno di scontro economico fra le due superpotenze mondiali, cioè Cina e Stati Uniti.

Il Messico, pur non aderendo alla Belt and Road Initiative cinese, a differenza di altri 21 Paesi latinoamericani e caraibici, ha consentito ad imprese cinesi di partecipare a importanti progetti infrastrutturali, quali la costruzione del Tren Maya, un’infrastruttura turistica abbastanza controversa, e l’ammodernamento delle metropolitane di Città del Messico e Monterrey. Inoltre, la cinese Huawei ha assunto un ruolo dominante nel Paese con la realizzazione di infrastrutture server e cloud per 1,4 miliardi di dollari e ha contribuito alla realizzazione della rete 5G. La penetrazione del colosso cinese è tale da aver toccato anche la Presidenza della Repubblica e i dicasteri della Comunicazione e Difesa, tramite la compagnia locale Telmex, oltre ad aver partecipato al programma Internet para todos, con evidenti crescenti preoccupazioni da parte Usa.

La partita del Messico per l’egemonia sul continente americano, dunque, si gioca sul filo del rasoio, mantenendo un difficile equilibrio fra le parti, per sfruttare, da un lato, i vantaggi derivanti da accordi commerciali con il Nordamerica e, dall’altro, facendo leva sulla carta cinese per frenare l’imperialismo economico-militare statunitense, con calcolate aperture verso il gigante asiatico per evitare di finire sotto la sfera di influenza di quest’ultimo.

Crediti: Photo Michal Jarmoluk – Pixabay

Federica Coscia, Paolo Gambaro

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