In termini macroeconomici, la crescita del PIL di una nazione dipende da due fattori: il numero di lavoratori e la loro produttività. Con la popolazione attiva in contrazione costante, per il calo demografico che caratterizza i Paesi più sviluppati, l’unico modo per evitare la recessione è aumentare al massimo la produttività per lavoratore rimasto.

Per decenni la narrazione dominante sull’automazione è stata fondata sulla paura. Tanto che ancora adesso, riecheggia il monito di coloro che lanciarono per primi l’allarme sui rischi ad essa connessi: “I robot ci ruberanno il lavoro”. Oggi, la realtà economica globale presenta però un quadro opposto e inaspettato: non ci sono abbastanza umani per fare il lavoro necessario alle società moderne.

Mentre il tasso di natalità crolla in quasi tutte le economie avanzate e la generazione dei Baby Boomers va in pensione, interi settori manifatturieri, agricoli e di servizi affrontano una carenza di personale senza precedenti. Non si tratta di una crisi congiunturale, ma di una curva demografica strutturale ed irreversibile nel breve periodo. In questo scenario, la robotica non entra nelle aziende per abbattere i costi del personale o licenziare, ma per evitare che la produzione si fermi del tutto.

Molti studi economici dimostrano una correlazione diretta: i Paesi che invecchiano più velocemente sono anche quelli che adottano l’automazione a ritmo più serrato. Ne sono un esempio Corea del Sud, Giappone e Germania, che da anni guidano le classifiche mondiali per densità di robot industriali per abitante. Non è un caso: sono le nazioni con il rapporto più sbilanciato tra pensionati e nuovi lavoratori.

Inoltre, l’età media dei lavoratori in settori chiave, come l’agricoltura o la carpenteria pesante, supera spesso i 50 anni, con gravi ricadute in termini di produttività. A ciò si aggiunga che la mancanza di ricambio generazionale per le professioni a forte usura fisica sta creando un vero e proprio “scaffale vuoto” nel mercato del lavoro.

Il valore economico dei robot risiede nella loro capacità di assumersi gli incarichi che l’essere umano non può più — o non vuole più — svolgere, le cosiddette mansioni 3D, cioè Dirty, Dangerous, and Dull (tradotto in italiano: sporche, pericolose e monotone).

In particolare, i settori coinvolti sono:

  • Agricoltura e Raccolta: Robot idraulici e droni dotati di visione artificiale potranno sostituire le squadre di braccianti per la raccolta stagionale nei campi.
  • Logistica e Magazzini: con la crescita dell’e-commerce i turni di smistamento coprono 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, e possono essere sempre assicurati e resi più efficienti con l’automazione dei carrelli e dei bracci di prelievo, in tal modo riducendo anche le possibilità di infortuni sul lavoro.
  • Assistenza Anziani e Sanità (Silver Economy): in Paesi come il Giappone, la robotica entra nei reparti di degenza sotto forma di esoscheletri per aiutare gli infermieri a sollevare i pazienti o di robot mobili per la somministrazione dei farmaci, alleggerendo il carico del personale sanitario.

In pratica, i robot fungono da “moltiplicatori di forza”: un solo operatore umano affiancato da tre cobot (robot collaborativi) può mantenere gli stessi livelli di lavoro che un tempo richiedevano una squadra di dieci persone. La robotica cessa di essere una scelta di efficientamento aziendale per diventare una strategia di produttività e sopravvivenza economica nazionale.

Proprio per incentivare l’automazione, al di fuori dell’ambito militare, si sono svolti a Pechino i secondi World Humanoid Robot Games dal 22 al 26 agosto 2026, che hanno riunito oltre 2.000 robot umanoidi da 666 squadre e 16 Paesi. Le competizioni hanno riguardato 51 discipline e più di 1.300 gare totali dalla corsa, al calcio, al ping-pong, fino alle arti marziali e al sollevamento pesi. Inoltre, 21 discipline hanno simulato compiti reali di industria, logistica e faccende domestiche, attività che richiedono la piena autonomia dei robot.

Pertanto, la strada è tracciata: la vera sfida per i governi del prossimo decennio non sarà impedire l’ingresso dei robot nei luoghi di lavoro, ma facilitarne l’integrazione e la formazione per gestire la transizione.

Da queste osservazioni, quindi, è facile intuire come il settore economico della robotica sia in forte espansione, con fondi tematici specifici che consentono di approfittare del trend, anche con piani di accumulo e somme contenute, come Pictet Robotics, sempre considerando la propensione al rischio e gli obiettivi del singolo investitore.

In ogni caso, in un mondo dove il capitale umano diventa la risorsa più scarsa e preziosa, la robotica si rivela essere l’infrastruttura invisibile che potrebbe sostenere i sistemi pensionistici, garantire i servizi essenziali e mantenere gli standard di benessere delle società che, col tempo, sono inevitabilmente costrette a subire gli effetti della longevità, dell’invecchiamento e della riduzione della natalità.

Crediti: Immagine generata da Gemini

Federica Coscia, Paolo Gambaro

Scarica e conserva “IL CAVEAU N° 196”

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