Gli italiani, nonostante alcuni stereotipi americani, il più famoso dei quali è sicuramente “pizza, pasta e mandolino”, non subiscono il fascino di certi alimenti, specialmente le pizze, interpretate in maniera del tutto originale – per non dire discutibile – da alcune catene di ristorazione americane. Eppure, soltanto noi, ormai, restiamo indifferenti all’incredibile successo mondiale di questi colossi del food che, in molti casi, nemmeno hanno tentato di aprire punti di ristoro nel Belpaese.

Il caso più recente è certamente quello di Papa John’s, la terza catena di pizzerie nel mondo, subito dopo Domino’s e Pizza Hut. La sua storia comincia ben 41 anni fa, nel 1984, con dei contorni che, come in altre occasioni, tendono a perdersi tra mito e realtà. E se, alle storie dei garage adibiti a laboratorio di coloro che diventeranno i protagonisti indiscussi dell’epopea della Silicon Valley, siamo abituati, in questo caso dobbiamo immaginarci un armadio delle scope sul retrobottega della taverna del padre del fondatore, John Schnatter, adibito a primo punto vendita delle pizze. La leggenda si arricchisce poi di altri particolari, visto che per acquistare l’attrezzatura necessaria allo scopo, il giovane John dovette vendere la sua Chevrolet Camaro del 1971.

Da questo momento in poi la catena, che deve il suo marchio al soprannome del fondatore, in un mix inestricabile di significati familiari e religiosi, è protagonista di una crescita inarrestabile. Col motto “Ingredienti migliori, pizze migliori”, già a partire dall’anno successivo furono aperte altre quattro sedi, per poi continuare l’espansione negli anni successivi fino a giungere alla quotazione nel 1993. Nel 2002 fu anche la prima ad introdurre un sistema di ordinazione online a livello nazionale.

Ad oggi, Papa John’s possiede oltre 4.700 punti vendita di cui 2.600 negli Stati Uniti e gli altri distribuiti in più di 30 paesi. È una società quotata sul Nasdaq e partecipata da molti investitori istituzionali, fra i quali la quota maggiore del 15,82% è detenuta da Blackrock. Papa John’s capitalizza in borsa 1,6 miliardi di dollari, producendo utili di rilievo, tanto che nel 2024 erano pari a 416,6 milioni di dollari. Ma non è tutto qui: il titolo, che stava salendo già da qualche giorno, è esploso la mattina del 15 ottobre dopo che Reuters ha lanciato l’ipotesi di un’offerta di acquisto da parte del fondo Apollo Management a 64 dollari per azione, per una valutazione complessiva che si attesta intorno ai 2 miliardi di dollari.

Eppure, pur forti della presenza in tanti Paesi nel mondo, il management di Papa John’s ancora non si è cimentato col mercato italiano, memore probabilmente della disastrosa esperienza di Domino’s Pizza Italia che ha definitivamente chiuso i battenti nel 2022 dichiarando il fallimento, dopo aver aperto solo 28 delle quasi 900 pizzerie preventivate per il Belpaese.

Del resto sembra difficile che il tipo di pizza con una pasta assai biscottata e varietà come la “Hawaiian” con tacchino affumicato e ananas, la “Fiorentina” con pollo alla griglia, champignons, aglio, crema di spinaci e cipolle o la “Garlic 5-Cheese Crust pizza” con una crosta di aglio e Parmigiano Reggiano, insieme a Pecorino Romano, Asiago, Fontina e Provolone, possano incontrare il palato esigente dei consumatori italiani, molto legati alla propria cucina tradizionale e, col tempo, anche a una dieta decisamente più attenta a qualità e quantità di ingredienti.

Crediti: Foto di Visão Produções Produtora de video – Pexels

Federica Coscia, Paolo Gambaro

Scarica e conserva “IL CAVEAU N° 176”

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