Le Terapie digitali o – in inglese- Digital Therapeutics (DTx) si prevede saranno un potente alleato dei futuri Governi per far fronte al costante lievitare dei costi della Sanità pubblica.
Si tratta di una rivoluzione sia dal punto di vista della salute delle persone che dal punto di vista economico, con stime di aumento degli investimenti in questo settore dagli attuali 1,7 mld di euro ai 9 mld entro il 2028.

Nel prossimo futuro la richiesta di personale sanitario sarà sempre più pressante, andando di pari passo all’invecchiamento della popolazione. Ciò naturalmente causerà anche una necessità sempre maggiore di implementare la spesa pubblica.

Il trend non riguarda solo l’Italia o le nazioni del vecchio continente. Gli ultimi report delle Nazioni Unite evidenziano il fatto che ormai nel mondo ci siano più persone anziane che bambini. Per avere un’idea precisa basti pensare ai numeri: 705 milioni di persone over 65 contro 680 milioni di bambini sotto i 5 anni di età. Si tratta di un fenomeno in costante crescita: nel 2050 ci saranno 2 over 65 per ogni bambino sotto i 5 anni. Situazione che, com’è facilmente intuibile, potrebbe diventare di difficile sostenibilità a livello sociale.

Ecco perciò come le Digital Therapeutics potranno essere un potente alleato dei Governi per far fronte a questi problemi di salute pubblica, consentendo di curare a distanza un notevole numero di pazienti, riducendo così i costi e dando la possibilità di gestire un numero maggiore di ammalati contemporaneamente.

Le Digital Therapeutics non sono assolutamente da confondersi con le normali app utilizzate per il benessere e con i “Patient support Programs” che supportano il medico nella gestione terapeutica e nell’assistenza dei pazienti migliorandone la qualità della vita. Si tratta invece di software progettati per realizzare una “cura digitale”, attraverso la modifica del comportamento di un paziente o dei suoi stili di vita, con implementazione di programmi e linee guida finalizzati a migliorare l’esito di un’eventuale malattia in corso. Si tratta a tutti gli effetti di nuove modalità di cura medica che si affiancano a quelle più tradizionali, studiate e sperimentante alla stessa stregua di un farmaco e soggette alla regolazione delle Agenzie preposte, come l’Ema o la Food and Drug Administration. Questi software possono prendere la forma di applicazioni, videogiochi, sistemi web-based o werable.

In alcuni Paesi le terapie digitali sono riconosciute come cure, soggette a prescrizione medica, e rimborsate dal servizio sanitario nazionale. E’ il caso, per esempio, di Kalmed e Velibra in Germania. La prima è stata studiata per combattere l’acufene (disturbo uditivo). La seconda è stata progettata per combattere la depressione, il disturbo mentale più diffuso e che si prevede in costante aumento a causa della pandemia che stiamo vivendo. Nel solo mese di giugno 2020 sono stati approvati ben 4 Digital Therapeutics dai regolatori mondiali (FDA etc.), anche se in Italia queste terapie restano ancora in fase di studio. 

Ciò che differenzia un farmaco tradizionale dalle Digital Therapeutics è il principio attivo: una molecola chimica nel farmaco tradizionale, un algoritmo nel caso della terapia digitale. In quest’ultimo caso il paziente dovrà – ad esempio – scaricare un’app col cellulare per procedere con la cura.

Le principali aree terapeutiche di questi software sono le seguenti:

salute mentale

diabete

malattie cardiocircolatorie

disturbi del sistema nervoso

condizioni muscoloscheletriche.

Attualmente si sta verificando una vera e propria corsa delle multinazionali per accaparrarsi i migliori software per la cura digitale. Si è creata quindi un’alleanza, Digital Therapeutics Alliance (DTA), impegnata nel miglioramento della qualità dell’assistenza sanitaria attraverso l’integrazione e l’uso di terapie digitali clinicamente validate. Di essa fanno parte multinazionali come La Roche, Philips, Sanofi e molti altri ancora. Lo scenario che emerge e si fa sempre più concreto è, quindi, quello di una serie di sinergie fra le start-up che si occupano di sviluppare questi software di cura e le multinazionali dell’ambito farmaceutico che hanno la potenza economica per implementare queste tecnologie e distribuirle sul mercato internazionale.

E questa realtà prende sempre maggiore corpo, soprattutto durante la pandemia che stiamo attraversando, tanto che il settore sanitario ha – nell’ultimo anno in special modo – assunto un rilievo sempre maggiore nell’ambito dei mercati finanziari, con possibilità di investimenti più ampi, non soltanto nelle Big Pharma già quotate, ma anche, per gli investitori retail, nell’ambito dei fondi di investimento creati recentemente, come Blackrock Health Science, Fidelity Funds Global Health Care, JPM Global Health care, Pictet Health e Decalia Silver Generation, solo per citarne alcuni.

Photo by pressfoto from freepik

Scarica e conserva “IL CAVEAU N° 72”.

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